Se questa notizia potrà non risultare affatto nuova agli occhi degli esperti di danza, in pochi altri sanno che il famoso racconto di Lewis Carrol “Alice’s Adventures in Wonderland” si trasforma in coreografia ormai da ben settantuno anni e che nel corso del tempo ha subito numerosi rifacimenti.
Partendo dal primo adattamento di Michael Charnley del 1953, passando poi per le versioni di Glen Tetley e di Lindsay Kemp, Alice arriva fino a noi grazie alla versione londinese firmata da Christopher Wheeldon del 2011.

La prima versione di “Alice’s Adventures in Wonderland” a cura di Michael Charnley
London Festival Ballet, 1953. Il coreografo Michael Charnley e il musicista (nonchè librettista) Joseph Horowitz portano in scena la prima versione coreografica di Alice’s Adventures in Wonderland. A vestire i panni della protagonista la giovane ma aggraziatissima Belinda Wright.
Di questa prima versione non si conoscono molti dettagli, se non quello che ci rivela lo storico e critico di danza Alberto Testa: sembra che questa fosse una versione estremamente legata ai vecchi metodi del balletto narrativo e forse un po’ superata nei modi in cui è stata costruita.

Le testimonianze apparse sui giornali dell’epoca
Andando a fondo negli archivi però tornano a galla altre testimonianze, risalenti proprio al 17 e 18 Luglio del ’53, apparse rispettivamente sul The spectator e The Illustrated London News in cui la critica pare aver particolarmente apprezzato il pezzo di Charnley.
I giornalisti parlano infatti di un’opera di piacevole successo e molto affascinante in cui, nonostante il libero riadattamento del libretto e della scenografia, i movimenti moderni cercano di ringiovanire il balletto classico.
Alcune delle danze proposte, come gli ensamble di fiori e insetti e la quadriglia dell’aragosta, sembra fossero davvero affascinanti. Si legge inoltre che la protagonista Belinda Wright fosse una vera e piacevole Alice, allegra e disinvolta, che <<dovrebbe rimanere a lungo nel repertorio per deliziare i bambini di tutte le età>>.

L’idea di “Alice in the garden” di Ruth Page
A dare seguito all’idea di Charnley è, quasi vent’anni dopo, la coreografa Ruth Page, che nel 1970 crea una sua versione (non ancora completa) dal titolo Alice in the Garden, musicata da Isaac Van Grove.
Dopo la prima al Jacob’s Pillow Dance Festival nel Massachusetts, Page torna al titolo originale e nel ’77 porta in scena una versione intera del pezzo a Chicago. Stavolta le musiche convogliano il lavoro di diversi compositori.
Indagando ancora negli archivi (Chicago Film Archives) è stato possibile anche recuperare alcune clip video del pezzo di Page, visionabili ai seguenti link:
1 – Alice In Wonderland, Act II
2 – Alice In Wonderland, Act II

L’adattamento di Glen Tetley
Danzatore e coreografo eclettico, dallo stile estremamente personale, l’adattamento coreografico di Alice’s Adventures in Wonderland di Glen Tetley è forse il più interessante dal punto di vista evolutivo della storia e dei livelli narrativi in gioco.
Il coreografo infatti non sceglie di raccontare il semplice svolgimento della trama ma crea un gioco simbolico a più livelli intrecciati tra loro che alla fine portano sul palco due “Alice“, una giovane (quella del racconto) e una adulta (la vera Alice Liddel, cui il romanzo è ispirato).

“Una “doppia” Alice”
L’idea della doppia Alice nasce in Tetley grazie all’indecisione sulla scelta dei danzatori: se inizialmente la preferenza sembra ricadere su Karen Kain (che aveva già lavorato con lui nella produzione della “Sfinge”), l’idea cambia subito dopo in favore di una danzatrice più giovane.
Quando Kain viene a saperlo invia un messaggio a Tetley tramite Erik Bruhn (allora Direttore del National Ballet of Canada, compagnia con cui Tetley ha messo in scena lo spettacolo).
Dicendo che avrebbe adorato far parte del balletto, in qualsiasi ruolo, il coreografo propone l’idea di avere due protagoniste, la Kain per l’Alice adulta e Kimberly Glasco (solista del National Ballet) per l’Alice bambina.
La coreografia di Tetley ruota quindi intorno al rapporto tra la protagonista, ormai un’adulta che ricorda la propria infanzia, e il reverendo Charles Dodgson (appunto Lewis Carrol).
Con loro in scena tutti i personaggi della storia, tra cui il Bianconiglio (alter ego di Dodgson), il Bruco, la Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, il Ghiro e la Regina di Cuori.
Il lavoro viene presentato per la prima volta al Metropolitan di New York con il National Ballet of Canada e, stando alle recensioni ripescate in archivio, sembra anch’esso essere piaciuto molto ai critici e al pubblico, bambini compresi.
La genialità di Lindsay Kemp
Quasi contemporaneamente alla rappresentazione di Tetley, il geniale Lindsay Kemp elabora una sua reinterpretazione della storia di Alice’s Adventures in Wonderland contando anche su Alice attraverso lo specchio e utilizzando il suo più che caratteristico stile coreografico.
Lo spettacolo viene presentato al Teatro Olimpico di Roma il 16 Febbraio 1988 con le musiche di Arturo Annecchino e Sergio Rendine e in quell’occasione Kemp interpreta diversi personaggi, dal reverendo Dodgson al Cavaliere Bianco, passando per lo Stregatto.
Anche qui, grazie al lavoro dei critici (Leonetta Bentivoglio per Repubblica), sappiamo che la riscrittura mimico-ballettistica di Kemp non appare tanto come una favola per bambini quanto piuttosto come un sogno inquieto.
Qui ogni episodio è staccato dall’altro al pari dei numeri di un circo e l’intento finale sembra essere ben preciso:
Mostrare le eterne verità creative (che) si scontrano coi muri perituri dello spirito del tempo. Il bigottismo bieco, lo sguardo puritano che non sa vedere oltre gli specchi. (Leonetta Bentivoglio)
L’allegria di Christopher Wheeldon
A concludere questo viaggio nel Paese delle Meraviglie è l’adattamento a noi più vicino, quello realizzato da Christopher Wheeldon su musiche di Joby Talbot e prodotto dal Royal Ballet insieme al National Ballet of Canada.
Come balletto narrativo in tre atti il pezzo vede subito un grande successo e si mostra come nuova impresa per il coreografo britannico, famoso al pubblico soprattutto come autore di opere astratte.
A differenza delle versioni precedenti, la coreografia del Royal Ballet cerca di seguire la narrazione originale, sviluppandola attraverso diversi quadri che raccontano le vicende dei protagonisti.
In più, Wheeldon aggiunge una love story tra Alice e il Fante di Cuori. Il viaggio che la protagonista intraprende per seguire il Bianconiglio ruota infatti attorno alla perdita e al ritrovamento dei due innamorati.
L’Alice di Wheeldon, nonostante le tipiche scene “cupe” del romanzo (la cucina della Duchessa in primis), è un pezzo adatto a tutta la famiglia e ai bambini in particolare in cui non mancano luci, colori e tanto humor.
Interessanti le citazioni rubate al balletto classico, come lo spassosissimo adagio della Regina di Cuori del III Atto che richiama in chiave parodistica il ben più celebre “Adagio della Rosa” de La Bella Addormentata.
Consigli per gli acquisti
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