Atteso ritorno al Teatro Regio: il Béjart Ballet Lausanne a Parma

Béjart Ballet Lausanne, L'Uccello di fuoco

A cura di Eugenia Trivioli

Dopo sei anni di assenza, il 29 maggio 2025, il Béjart Ballet Lausanne fa il suo ritorno al Teatro Regio di Parma con un programma denso e variegato, che mette in luce la ricchezza poetica e l’inconfondibile cifra stilistica del suo fondatore, Maurice Béjart. Cinque coreografie, tra passi a due e lavori corali, compongono una serata capace di attraversare temi intimi e visioni collettive.

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“Duo”: L’essenza del gesto, il mistero dell’incontro

Apre la serata Duo, tratto da Pyramide – El Nour, danzato con grande sensibilità da Valerija Frank e Oscar Frame. Béjart firma qui una delle sue creazioni più essenziali e profonde: un passo a due privo di narrazione, che si affida esclusivamente al gesto per raccontare l’ambiguità delle relazioni umane. I due corpi si cercano e si respingono in uno spazio vuoto ma densissimo, dove ogni gesto diventa veicolo di intimità, desiderio o conflitto.

Béjart scava nell’intimità, nella fragilità dell’incontro, lasciando spazio alla libertà interpretativa dello spettatore. È amore? Conflitto? Una separazione che non trova parole? Forse tutto questo. La musica accompagna senza invadere, agendo come una trama sottile che sostiene il dialogo corporeo. I due interpreti, meravigliosi, dimostrano un ascolto reciproco profondo, restituendo ogni dettaglio con raffinata misura.  

Duo, Béjart Ballet Lausanne
Duo, Béjart Ballet Lausanne – Foto: Laurent Philippe

“Héliogabale”: sensualità e ambiguità

Il secondo brano, Héliogabale, è portato in scena da Emma Foucher e Antoine Le Moal in un duetto denso di simbolismo. Un concentrato di forza, fragilità, attrazione e rottura. I due danzatori si muovono come in un rituale misterioso, alternando gesti fluidi e pause improvvise, in una coreografia che è insieme spirituale e carnale. L’equilibrio tra i corpi è continuamente instabile: si cercano, si sfidano, si rifiutano, si accolgono. La scelta musicale crea un’atmosfera onirica e straniante, in cui ogni gesto si amplifica e risuona. Non racconta, evoca. Non spiega, suggerisce. In pochi minuti, riesce a sintetizzare una visione del mondo: sensuale, mistica, libera.

“Dibouk”: un amore che sfida l’aldilà

Con Dibouk, interpretato da Jasmine Cammarota e Dorian Browne, Béjart si ispira alla tradizione mistica ebraica per raccontare un amore impossibile tra un vivente e un’anima posseduta. Il duetto è drammatico e struggente: i danzatori si muovono in un continuo intreccio di attrazione e fuga, evocando la tensione tra la vita e ciò che la trascende. I movimenti, ora fluidi, ora improvvisi, restituiscono l’irregolarità dell’anima ferita. È una danza che parla di memoria, perdita, e di un sentimento che sopravvive alla morte. Viene data voce ad un amore che non si rassegna, che continua a cercare, anche oltre la soglia dell’esistenza, che diventa ossessione. 

Dibouk, Béjart Ballet Lausanne
Dibouk, Béjart Ballet Lausanne -Foto: Laurent Pilippe

“L’Uccello di fuoco”: Energia che si fa rivoluzione

Konosuke Takeoka guida la compagnia in una potente rilettura de L’Uccello di fuoco. Béjart abbandona la struttura fiabesca originale per trasformare il celebre balletto di Stravinskij in una parabola di liberazione collettiva. Il danzatore principale non è un eroe solitario, ma un catalizzatore che risveglia gli altri, innescando un moto corale di trasformazione.

E’ costruito su dinamiche di gruppo incalzanti, in cui Takeoka emerge e si reintegra costantemente nella massa. Il suo slancio accende gli altri, li risveglia, li trascina nella lotta per la liberazione. La musica di Stravinskij, trova una perfetta corrispondenza nei movimenti dei danzatori: precisi, potenti, esplosivi. I costumi essenziali e i colori netti contribuiscono a definire una scena austera, ma visivamente d’impatto. L’Uccello di Fuoco si fa corpo politico, impulso di rinascita, danza come forza che si trasmette, che contagia.

L'Uccello di fuoco, Béjart Ballet Lausanne
L’Uccello di fuoco, Béjart Ballet Lausanne

“7 Danses Grecques”: la danza come radice mediterranea

A chiudere la serata è 7 Danses Grecques, su musiche di Mikis Theodorakis. Qui Béjart omaggia la Grecia non con un intento folkloristico, ma con un’intensa rilettura poetica e fisica della sua cultura. E’ un’opera solare, celebrazione della terra, dell’amicizia, della memoria e della libertà. I sette quadri che compongono il balletto alternano momenti corali e assoli, danze leggere e gesti carichi di gravità, evocando paesaggi mediterranei, rituali antichi, la forza del popolo greco e il suo legame profondo con la terra.

Béjart non cita i passi tradizionali, ma ne coglie l’anima, il ritmo, l’energia. La presenza scenica è essenziale: bastano pochi accenti – un gesto, una linea, un gruppo che si muove all’unisono – per evocare un’intera civiltà. I danzatori interpretano le coreografie con precisione millimetrica, scrupolosa attenzione ai dettagli e grande sensibilità, restituendo il senso di un’appartenenza collettiva e insieme profondamente individuale. 7 Danses Grecques è una dichiarazione d’amore verso un mondo antico, ma ancora vitale. Un balletto che ci ricorda quanto la danza possa essere radice e respiro insieme.

Béjart Ballet Lausanne, 7 danses grecques
Béjart Ballet Lausanne, 7 danses grecques – Foto: Meng chun

Béjart: un’eredità ancora viva

La serata si inserisce come evento conclusivo della stagione ParmaDanza 2025, accolta con calore dal pubblico parmigiano. Prima dello spettacolo, il consueto appuntamento “La Danza dietro le quinte”, ideato e condotto da Valentina Bonelli, ha offerto uno sguardo ravvicinato sulla compagnia, con la visione della lezione di riscaldamento dei ballerini e l’intervento del nuovo direttore Julien Favreau. Nel complesso, il Béjart Ballet Lausanne ha dimostrato non solo di custodire con rigore l’eredità del suo fondatore, ma di renderla ancora viva, pulsante, capace di parlare al presente.

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