“FLOAT nasce da un’immagine semplice e potentissima: un corpo sospeso, in ascolto dell’aria che lo circonda.” È da questa intuizione che Francesco Posa ha dato forma a un nuovo progetto di videodanza e performance dal vivo che non racconta soltanto un gesto, ma uno stato dell’essere. Nel corpo sospeso dei quattro danzatori dell’Accademia DanceHaus, diretta da Susanna Beltrami, emerge una sensibilità attenta al respiro, al baricentro e alla sottile pressione dell’aria, come se il movimento nascesse non da un comando volontario, ma dalla risposta immediata del corpo a ciò che lo attraversa. “La sospensione, per me, è un modo di abitare il movimento, non un effetto”, sottolinea Posa.
La città come partner scenico
Milano, città che respira, storia e architettura insieme, diventa per il coreografo un organismo vivo da attraversare con la danza. “Non sono solo luoghi carichi di storia, ma spazi che reagiscono al corpo”, racconta. La scelta del luogo, infatti, la sala affrescata e il Cortile d’Onore dell’Università Cattolica, non è casuale: non si tratta di un semplice sfondo, ma di un partner scenico che orienta e suggerisce il gesto.
Come racconta lo stesso coreografo, “in alcuni momenti mi sono accorto che non ero io a decidere la coreografia, ma che era il luogo a suggerirla”. La luce naturale che cambia durante il giorno, le proporzioni delle sale, le geometrie dei soffitti e delle finestre diventano linee guida invisibili che orientano la traiettoria dei corpi, creando un dialogo continuo tra gesto e architettura, tra memoria e contemporaneità. Ogni movimento si fa così traccia del luogo, eco di una storia che continua a vivere nei muri e nel respiro dell’aria.
Consapevolezza e tensione del corpo
Qui il corpo dei danzatori si muove con una consapevolezza sottile, fatta di micro-sbilanciamenti e perdite controllate dell’equilibrio, capaci di generare uno stato di tensione sospesa che è insieme fragile e magnetico. Come spiega Posa, “il contributo dei danzatori è stato fondamentale. Ho lavorato con loro non tanto sulla forma, quanto sulla percezione: come il corpo si appoggia allo spazio, come reagisce al vuoto, come entra in relazione con gli altri”.

La collaborazione con Susanna Beltrami
Fondamentale, in questo percorso, è stata la collaborazione con Susanna Beltrami, per cui il coreografo nutre una “stima profonda, umana e artistica” che ha reso possibile un clima di fiducia e libertà: “Fin dall’inizio Susanna ha accolto FLOAT con grande sensibilità, lasciandomi uno spazio di lavoro raro”. Un dialogo che ha dato solidità al progetto e che ha permesso di lavorare con danzatori “molto ricettivi e aperti alla ricerca”.
Dal suo punto di vista, Beltrami sottolinea come il lavoro di Posa si sia inserito in modo naturale nel percorso formativo dell’Accademia. Il progetto è stato accolto come un’occasione artistica significativa per i danzatori del terzo anno, tecnicamente preparati ma anche “molto sensibili alla parte interpretativa, punto centrale del nostro metodo didattico”.
Il linguaggio di Posa, descritto da Beltrami come “poetico, elegante, misurato, con radici nel formalismo ma attraversato dalla passione”, ha dialogato efficacemente con queste qualità, valorizzando il potenziale espressivo dei giovani interpreti. Studiare e performare in contesti differenti, sottolinea la direttrice, è parte integrante di un percorso che aiuta a comprendere cosa significhi davvero scegliere la danza come professione e vocazione.
Videodanza e nuove prospettive
Accanto alla performance dal vivo, FLOAT assume un’altra dimensione attraverso il lavoro di videodanza realizzato da Elia Feudo. La videocamera infatti non si limita a documentare, ma diventa occhio sensibile, capace di esplorare dettagli invisibili all’occhio dello spettatore in sala, di dilatare il tempo e di suggerire nuove prospettive poetiche.
Beltrami sottolinea l’importanza di questo approccio: “L’utilizzo del video come mezzo per fare coreografia offre al pubblico la possibilità di entrare in contatto con la bellezza, con la creazione artistica, e in questo caso con la magia di un luogo”. Qui la sospensione acquista un ulteriore livello: il movimento, filtrato dallo sguardo del video, diventa quasi tattile, più raccolto e intimo, un invito a sostare su ogni respiro e su ogni gesto, rivelando la densità invisibile del corpo che si apre all’aria.

La musica come spazio sospeso
La musica di Paolo Buonvino, tratta da I Viceré, accompagna questa sospensione senza mai descriverla. “I brani hanno una qualità sospesa, stratificata, quasi respirata, che entra in risonanza profonda con il lavoro sul corpo e sullo spazio. Non accompagnano il movimento in modo descrittivo ma lo attraversano, lo sostengono, a volte lo mettono in tensione”, spiega Posa. La musica diventa quindi un ulteriore spazio da abitare, un livello sensibile che attraversa la performance e amplifica la poetica della sospensione, trasformando il gesto in esperienza totale.
Riflessioni psicologiche e simboliche
In questo ascolto profondo del corpo e dello spazio, FLOAT ha generato risonanze che hanno superato il piano strettamente coreografico, aprendo a riflessioni che toccano anche la dimensione psicologica e simbolica del movimento. La sospensione, intesa come condizione instabile e dinamica, è stata letta dalla Professoressa Emanuela Confalonieri, Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, come una potente metafora dei processi di crescita adolescenziale.
Nel dialogo armonico ma non privo di tensioni dei danzatori, Confalonieri riconosce la bellezza e la fatica che accompagnano la scoperta e l’accettazione del corpo adulto: un percorso in cui momenti di integrazione si alternano a fasi di spaesamento, in cui il corpo può essere vissuto come estraneo o difficile da riconoscere come proprio. In questa prospettiva, la coreografia di Posa suggerisce la possibilità di un lavoro di integrazione tra mente e corpo, capace di valorizzare il potenziale espressivo e identitario del movimento nonostante le inevitabili fatiche del cambiamento.

Una lettura affine, ma orientata al linguaggio simbolico e terapeutico del corpo, è proposta da Mila Sanna, psicoterapeuta e DanzaMovimentoTerapeuta, docente e coordinatrice didattica del Master universitario di I livello “Artiterapie e Terapie Espressive” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Riprendendo l’immagine del “corpo sospeso, in ascolto dell’aria che lo circonda”, Sanna interpreta FLOAT come un’esperienza di fluttuazione tra materia e leggerezza, tra staticità e movimento, in cui il corpo diventa luogo di espressione di quei paesaggi interiori che spesso sfuggono alle parole.
“Grazie alla coreografia studiata per integrare i bellissimi ed evocativi spazi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, gentilmente concessi dalla Direzione dell’Alta Scuola di Psicologia Asag, i corpi dei danzatori si fondono nello spazio, e incarnano la storia di quel luogo sacro, entrano in un dialogo con le superfici, i volumi, i vuoti, la rendono viva e presente.”
In questo continuo oscillare tra peso ed equilibrio, tra fusione e dispersione, il corpo torna a essere narrazione e possibilità di trasformazione, capace di tenere insieme fragilità e potenzialità in una dimensione poetica condivisa.
Uno spazio fragile e generoso in FLOAT
Alla fine, ciò che FLOAT consegna è uno spazio fragile e generoso, un invito a sostare tra cadere e volare, a riconoscere che la poesia può nascere dall’attenzione più minuta, dal modo in cui il corpo ascolta e risponde al mondo che lo circonda. La coreografia non cerca effetti spettacolari, ma una verità sottile: il movimento come possibilità, il gesto come dialogo, la sospensione come pratica poetica e politica. In un tempo che corre veloce, FLOAT ricorda che esiste un modo diverso di abitare lo spazio e il tempo, fatto di ascolto, di delicatezza e di apertura, in cui ogni luogo può trasformarsi in scena e ogni respiro in possibilità.
Guarda tutte le coreografie di Francesco Posa qui: https://www.youtube.com/@FrancescoPosaChoreographer

