In un tempo in cui il conflitto sembra essere tornato a occupare la nostra quotidianità, nelle notizie, nei linguaggi e persino nelle relazioni, anche la danza avverte il bisogno di dare a queste tensioni una forma visibile. Da qui nasce Furor et Gratia, il nuovo progetto di videodanza firmato da Francesco Posa: un’indagine sul presente e sulle sue fratture, che la coreografia prova a restituire con chiarezza e profondità.
Diretta da Filippo Cerra, con la fotografia di Daniele Fummo, l’opera è interpretata da due figure d’eccezione: l’Étoile Oriella Dorella nel ruolo di Tersicore, musa della danza, e Gioacchino Starace, danzatore del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, nel ruolo di Ares, dio della guerra.
Accanto a loro, il trio composto da Stefano Croci, Antonio Murgida e Simone Lamberto dà corpo alle Moire, dee del destino che filano, misurano e recidono il filo della vita di ogni essere umano.
Girato tra il Chiostro del Conservatorio di Como e Villa Parravicino Sossnovsky, con i costumi di Andrea Gentili e Shama Thakare, Furor et Gratia è un’opera che affida alla danza il compito di cercare una possibile armonia anche in ciò che per natura è puro furore.
Il progetto è stato presentato ufficialmente ieri, 15 dicembre, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con la partecipazione del coreografo, dei protagonisti e del costumista che – insieme alle professoresse Francesca Falcone, Mila Sanna, Emanuela Confalonieri e Glenda Pagnoncelli – hanno offerto un’interessante lettura dell’opera, inserendola in un ampio contesto di riflessione sulla relazione tra arte, mito e la possibilità di trasformare il conflitto attraverso il gesto.
Il mito come specchio del presente
Secondo il coreografo, la visione da cui nasce il progetto è chiara: «Ho immaginato l’incontro impossibile tra la grazia di Tersicore e la ferocia di Ares. Volevo usare questi due archetipi per mostrare come la danza possa sciogliere la guerra e come il gesto possa parlare al cuore del conflitto.»
In questo passo a due simbolico, Ares incarna le fratture del nostro tempo, mentre Tersicore rappresenta l’arte come forza capace di armonizzare e di dare senso a ciò che ci circonda. «L’idea che la grazia dell’arte possa placare il furore della guerra — afferma Posa, e confermano Starace e Dorella — è una chiave di lettura fortemente attuale.»

La narrazione delle Moire
Ad accompagnare lo spettatore all’interno della storia, però, non è soltanto la danza. Per la prima volta, infatti, Posa sceglie di affiancarle l’altra forma d’arte per eccellenza: il teatro. Ed è così che vediamo tre figure vestite di nero, abbigliate con lacci che ne avvolgono il corpo, che incarnano la voce delle Moire. In forma di coro arcaico, intonano l’Inno a Tersicore e l’Inno Omerico ad Ares, tessendo un racconto che lega parola, memoria e visione.
«La fusione tra danza, video e teatro è stata molto stimolante. – dice Gioacchino Starace – Ha dato profondità e densità al progetto, permettendoci di esplorare livelli diversi di narrazione e presenza.»

La coreografia: ascolto, continuità, trasformazione
Il cuore del lavoro è però, come sempre, la scrittura coreografica di Posa (con l’assistenza di Nik Folini, Sofia Caso e Angela Perrino), che costruisce un movimento continuo, fatto di curve e traiettorie morbide. Il suo è uno stile che — come nota Dorella — richiama la matrice americana e la qualità cunninghamiana del gesto, che tende naturalmente alla circolarità con “otto, cerchi e spirali” e mantiene sempre una linea interna ben riconoscibile.
«Lo stile coreografico di Francesco è molto personale: è istintivo e raffinato. – afferma invece il ballerino protagonista – Ti mette alla prova, ma ti spinge a trovare verità dentro il movimento. La sua scrittura ti obbliga a essere presente, vivo.»
Ed è su questa qualità che si innesta il contrasto tra i due protagonisti, accompagnato dalle musiche di Hans Zimmer e Abel Korzeniowski. Avvolgendo l’azione in una dimensione sospesa, le loro sonorità guidano la tensione interna del mito: sostengono il furore di Ares, amplificano la delicatezza di Tersicore e accompagnano la trasformazione che il passo a due mette in scena.
La musica diventa così la trama invisibile che unisce gesto, emozione e destino e la coreografia diventa un luogo d’incontro tra queste polarità, un dialogo di forme e di energie che lascia intravedere la possibilità di trasformare il conflitto in armonia.

Tersicore: la memoria che danza
Per Oriella Dorella, però, Tersicore non è soltanto una figura mitologica, ma un frammento della propria storia, che va dai momenti ludici a quelli lavorativi. «Noi a scuola venivamo chiamati Tersicorei. — racconta — Quella era la mia quotidianità, la mia storia, che purtroppo oggi si è un po’ persa in favore della sintesi.»
Una coincidenza tra mito e memoria personale che conferisce al personaggio una profondità particolare. La sua Tersicore è elegante ma salda, capace di rispondere alla rigidità di Ares con quella che lei definisce “la forza della dolcezza”.
La sua interpretazione si fonda sul lirismo, sulla leggerezza e sulla fermezza: ogni gesto bilancia accoglienza e autorevolezza, costruendo un personaggio che non cede alla fragilità ma resta vigile e presente in ogni istante della scena.

Ares: la forza che cerca una forma
Dal canto suo, invece, Starace affronta Ares da una prospettiva altrettanto complessa: «Ho cercato di restituire la sua forza viscerale, ma anche le sue fragilità. La sfida più intensa è stata quella di trovare un equilibrio tra fisicità e umanità».
Il suo dio, infatti, è lontano dalla pura brutalità: mostra piuttosto una forza controllata e cerca di esprimere potenza senza diventare distruttivo. Nel duetto con Dorella, un incontro di generazioni che si riconoscono e si amplificano, questa tensione diventa evidente: «Con lei il dialogo non ha bisogno di parole: c’è ascolto, rispetto e fiducia. Il passo a due è diventato uno scambio profondo, quasi sacro».
E l’étoile non tarda a ricambiare l’elogio, definendo Gioacchino un ballerino fantastico: perfetto nella tecnica, ma soprattutto presente con anima e corpo. «È un Ares furioso ma allo stesso tempo garbato ed elegante».

Lo spazio come partner di scena
Questo dialogo però non riguarda solo i corpi, ma anche i luoghi di scena, accuratamente scelti dal coreografo e dal suo staff. Trova quindi spazio all’interno del Chiostro del Conservatorio di Como e di Villa Parravicino Sossnovsky, veri e propri partner di scena che hanno plasmato profondamente la coreografia. «Lo spazio – spiega Starace – dettava ritmi, emozioni e direzioni del movimento».
Secondo Posa, architettura e natura non sono solo sfondi, ma presenze con cui i corpi dialogano. La luce, gli spazi aperti, le geometrie del chiostro e la vitalità del giardino hanno suggerito movimenti, dinamiche e atmosfere, trasformando ogni gesto in un incontro vivo con lo spazio e diventando un tassello decisivo del progetto.

L’estetica come drammaturgia: fotografia e costumi
Un tassello che si completa anche grazie all’estetica dell’opera, dove fotografia e costumi diventano parte integrante della drammaturgia. Se da un lato il lavoro di Daniele Fummo sulla luce e sull’atmosfera cattura il rapporto intimo tra corpo e ambiente e restituisce la dimensione sospesa in cui si muovono i personaggi, dall’altro i minuziosi interventi sartoriali di Andrea Gentili e Shama Thakare vestono la storia di colore e identità.
«Non sono semplici abiti, – spiega il coreografo – ma estensioni visive del carattere dei protagonisti e del loro viaggio tra furore e grazia.»
Il bianco morbido di Tersicore, con le lance d’oro che riprendono il costume di Ares; il rigore del dio della guerra; il nero rituale delle Moire: tutto sembra parlare e sostenere la narrazione. «È stata evitata ogni facile soluzione — ricorda Dorella — e questo ha dato autenticità a ogni personaggio».
Ciò che Furor et Gratia consegna al nostro tempo
Alla fine, Furor et Gratia non racconta solo un mito, ma il desiderio di credere che la grazia possa, ancora oggi, trasformare il furore. Che la danza possa sciogliere ciò che la storia tende a irrigidire. Che la bellezza non sia un lusso, ma una forma di resistenza. Ed è forse questo che resta: una Tersicore che ritorna a parlare al presente, un Ares che impara a diventare umano, un gesto che si fa possibilità.
Un ringraziamento allo sponsor REINHOLD S.R.L. di Claudio Testa
Guarda le altre opere di Francesco Posa qui: https://www.youtube.com/@FrancescoPosaChoreographer

