L’ultima Giselle: il capitolo 2

Nel primo capitolo di “L’ultima Giselle: cronaca di un delitto in scena” avevamo lasciato Elena Moretti, giornalista e critica di danza, sulle poltrone del Teatro Orfeo di Roma, pronta ad assistere all’ultima replica di Giselle. Sul palco stanno per danzare le due étoile della compagnia, Ludovica Marchesi e Sebastian Doria, e il pubblico è in febbricitante attesa. Durante l’iconica scena della follia, però, accadrà qualcosa che nessuno riuscirà a spiegarsi…

Con un movimento lento e solenne, il sipario si alzò, rivelando il palcoscenico allestito come un tranquillo villaggio di campagna. Sullo sfondo si intravedevano alberi e montagne; a destra un piccolo magazzino per gli attrezzi, a sinistra un’umile casetta: la dimora di Giselle.   
Elena Moretti si sistemò sulla poltrona meglio che poteva.
I primi ad entrare in scena erano i contadini, ballerini del Corpo di Ballo, poi arrivava Hilarion, un non molto alto e decisamente poco prestante Federico Salviati. Nonostante fosse un Primo Ballerino, Elena non riusciva proprio a immaginarselo in un ruolo principale. Per Albrecht, ad esempio, non aveva proprio il physique du rôle. Certo, nemmeno Nureyev era alto e aitante, eppure è stato uno dei più grandi ballerini del XX secolo. “Ma di sicuro Salviati non è Nureyev”, pensò.        

Dalla folla emergeva poi un’altra figura. Non serviva conoscerlo per capire chi fosse: Albrecht, interpretato da Sebastian Doria, entrava con il portamento fiero di chi sa di essere nato per il palcoscenico. Alto, elegante, con i lineamenti scolpiti e lo sguardo orgoglioso, incarnava il perfetto danseur noble. Si fermava un attimo, il volto sereno e immobile, poi si toglieva le vesti principesche e mostrava un semplice abito da popolano. Un inganno perfetto per i contadini del villaggio, ideato per nascondere la sua vera identità. Ma Hilarion, nascosto dietro un albero, lo vedeva. Era il preludio alla tragedia.    
Elena prese il taccuino che teneva sulle ginocchia.
“Emblema della nobiltà scenica, dotato di un fascino e di un’eleganza fuori dal comune.”     
Era un modo per fissare l’impressione a caldo, ma anche per tornare in seguito, a mente fredda, a decifrare ciò che aveva colto d’istinto.
Ignaro, Albrecht si dirigeva verso la casa di Giselle. Bussava alla porta con delicatezza. Fu allora che Ludovica Marchesi apparve: spensierata e radiosa, venne accolta da un applauso caloroso. Elena si raddrizzò sulla poltrona, decisa a non perdere nemmeno un gesto della giovane étoile.         

Dalla buca dell’orchestra, il tema musicale cominciava a insinuarsi nell’aria. Ludovica entrava in scena come un’apparizione, leggera ed eterea. Il suo sguardo si posava su Albrecht, il viso illuminato da un sorriso puro, e lui ricambiava con una tenerezza che gli sfuggiva dal controllo.
Arrivava infine il momento dell’assolo di Giselle. Ludovica danzava con una vivacità travolgente. Ogni salto sembrava una nota scritta nell’aria. Un battito d’ali, una sospensione.
Elena chiuse gli occhi per un istante. Si sentiva quasi colpevole, come se assistere a quella perfezione fosse un privilegio immeritato.         

L'ultima Giselle: cronaca di un delitto in scena
Ludovica Marchesi sul palco del Teatro Orfeo nel ruolo di Giselle. (Immagini dei personaggi realizzate con IA per DANZA&Balletto Magazine)

Dopo un breve intermezzo danzato dai contadini, tornava Hilarion. Con sé, portava la prova del tradimento: la verità sull’identità di Albrecht. L’atmosfera si faceva cupa e, sulle note struggenti del tema della follia, la tragedia cominciava. Ludovica si trasformava: il sorriso svaniva, lasciando spazio a uno sguardo vuoto, smarrito. Le braccia si sollevavano in modo disordinato, come se la grazia l’avesse abbandonata. Il tema della gioia tornava, ma suonava spezzato, distorto, come un sogno interrotto.

Giselle iniziava a correre. I capelli, prima raccolti, si scioglievano sul viso. Cadeva a terra, poi si rialzava tremante. I suoi occhi vagavano nel vuoto. Quando si rifugiava tra le braccia di Hilarion, sembrava cercare un’ancora, ma si staccava subito. Il pubblico era ipnotizzato. Elena non riusciva a distogliere lo sguardo.
Le note salivano, mentre Giselle si chinava a raccogliere una margherita. Iniziava a sfogliarla, «m’ama, non m’ama…», come nella pantomima iniziale. Ma ora era diverso. La margherita le sfuggiva dalle mani, proprio come le stava sfuggendo la sanità mentale.     

La musica esplodeva. Giselle cadeva a terra, il corpo attraversato da spasmi violenti. Afferrava una spada abbandonata sulla scena, come un’arma che non sapeva maneggiare. Le mani tremavano. Albrecht riusciva a strappargliela. Il palcoscenico era travolto dal caos della sua frenesia.
La musica rallentava, ma lei continuava. Si toccava il collo, come se l’aria mancasse. Accarezzava la pancia, cercando sollievo da un dolore senza nome. Il corpo girava, gli occhi sgranati, in cerca di qualcosa che non esisteva più.    
Poi si fermava. Immobile, le braccia abbandonate, lo sguardo implorante verso il pubblico. Il tempo sembrava sospeso. Le note toccavano il culmine. Giselle non era più la stessa.   
Con un ultimo sussulto si gettava tra le braccia della madre. Poi in quelle di Albrecht. E lì cadeva. Morta.      

Albrecht si gettava ai suoi piedi; Hilarion lo seguiva. Ma nessuno era degno di starle accanto, tranne sua madre. Erano stati loro a condurla alla morte e ora dovevano andarsene, lasciando una donna sola a piangere l’amata figlia ormai perduta.           
Il sipario restò sollevato per un secondo di troppo. Il pubblico trattenne il fiato. Ci volle un po’ perché applaudisse. Elena si rese conto che stava stringendo i braccioli della poltrona. Aveva il cuore che le batteva troppo forte. Solo quando le luci si abbassarono del tutto e il buio calò sul palco, si alzò un applauso. Ma non era liberatorio, era quasi timoroso. E mentre le mani battevano, qualcuno sussurrò alle sue spalle: «Sembrava vera.»
E così, sotto gli sguardi ipnotizzati del pubblico, il primo atto si concluse. Ma nessuno, né sul palco né in sala, aveva compreso la verità: Giselle era morta, ma la vera tragedia doveva ancora iniziare.

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