Ballerino, coreografo, insegnante e direttore artistico, da oltre trent’anni Massimo Perugini lavora nel mondo della danza, prima come performer per le compagnie più importanti del mondo e poi come maestro per i giovani allievi che vogliono intraprendere un percorso professionale. Attraverso il Centro di Formazione Professionale CDMA, di cui fa parte anche il Master SCDP Contemporary Dance Professional Program, e il collettivo contemporaneo OFBALANCE, ogni giorno Perugini si dedica alla ricerca del movimento coreografico per trasmettere agli allievi insegnamenti ed esperienze, accompagnandoli verso un futuro all’interno della danza. Ecco cosa ci ha raccontato.

Massimo, lei è un insegnante, un coreografo e un direttore artistico molto affermato. Quando è nata la sua passione per la danza e quando ha deciso di diventare un professionista?
La passione per la danza c’è sempre stata, perché fin da piccolo mi piaceva andare a vedere mia sorella danzare ed assistere ai suoi spettacoli. Il coraggio per iniziare però è arrivato da grande, a 16/17 anni, quando ho deciso, insieme ad alcuni amici, di provare ad entrare in una scuola che si trovava vicino casa nostra. Il maestro era entusiasta e, anche se inizialmente avevamo chiesto di non partecipare agli spettacoli, dentro di me ho sempre saputo di voler diventare un professionista. Infatti alla fine ci ha convinto a prendere parte ad una produzione in teatro e da lì è cominciato tutto il cammino che mi ha portato ad essere l’artista che sono oggi.
Quale è stata la sua formazione professionale?
È stato un percorso lungo. Ho iniziato approfittando di ogni momento libero per studiare nella mia scuola, poi sono passato al Balletto di Roma e successivamente ho cominciato a fare audizioni per la televisione. In quel periodo entrarci era difficilissimo, o avevi talento oppure eri fuori, ma ci sono riuscito. Una volta dentro, ho capito che quello che mi affascinava di più era il teatro, l’odore del palcoscenico, così ho deciso di andare all’estero. Ho girato l’Austria, il Belgio, la Francia, la Bulgaria, la Germania e questo mi aiutato tantissimo a crescere sia artisticamente che come persona.
Durante tutto il suo percorso, ricorda un maestro che più degli altri lo ha ispirato dal punto di vista professionale?
Di maestri ne ho incontrati tanti, ma alcuni più di altri sono stati fondamentali per me. In primo luogo il direttore della scuola dove ho iniziato il percorso, che mi ha dato tanto e che puntava molto su di me. Anche se all’inizio io e i miei compagni lo abbiamo criticato per il tipo di lavoro che faceva, molto diverso da ciò che vedevamo in televisione, in seguito ho capito che aveva ragione e che l’apertura mentale che mi ha trasmesso è stata fondamentale per la mia crescita professionale. Poi anche il suo assistente è stato per anni una grande guida ed è stato colui che mi ha convito a non mollare mai. In ultimo ricordo un grande maestro russo, amico intimo di Nureyev, che era davvero un’enciclopedia vivente. Da lui ho ricevuto tante “bastonate”, ma è grazie a lui se ho imparato a relazionarmi con i numerosi artisti con cui ho lavorato nel corso degli anni.

Lei è docente di contemporary language research, floor work combination, partnering, sperimentazione e laboratori creativi, tutte discipline molto poco “canoniche” e codificate…
Sì, infatti quello che dico sempre è che io non insegno una tecnica ma un linguaggio. E il mio linguaggio deriva da una destrutturazione delle tecniche e dell’esperienza che io stesso per anni ho fatto del movimento, fino a capire cosa andasse bene per me e per il mio corpo. Fondamentalmente il mio gesto parte dal ventre, poi si sviluppa all’esterno ed è molto dinamico e fluido, sia in piedi che a pavimento. All’interno c’è una forte base di floor work, che diventa floor work combination perché utilizzo lo spazio per creare combinazioni, poi lavoro anche molto sul partnering, entrambi elementi fondamentali per poter strutturare il corpo del danzatore. Naturalmente non mancano la sperimentazione e l’improvvisazione, che fanno sempre parte del linguaggio contemporaneo. In questi ultimi anni, per rendere più chiaro l’insegnamento, ho anche creato una mia dispensa di circa 25/30 pagine che aiuta i danzatori a capire il lavoro che faccio e ciò che richiedo.
Attualmente è fondatore e direttore artistico del CDMA Centro di formazione professionale, di cui fa parte anche Scdp Contemporary Dance Professional Program (ne abbiamo parlato QUI). Quando sono nati?
Nel corso della mia carriera ho sempre voluto avere una mia sala, uno spazio tutto mio dove poter creare le performance. Poi, prima del Covid, ho capito che era arrivato il momento di rendere ancora più importante il lavoro che facevamo in studio, così abbiamo allargato la struttura e creato un master di perfezionamento. All’interno di questo percorso è stato inserito il progetto SCDP Contemporary Dance Professional Program di 150/200 ore, che in realtà portiamo avanti già da undici anni. L’idea è nata per dare la possibilità ai migliori allievi delle scuole di danza, che dopo il Covid si trovavano in difficoltà, di frequentare il percorso con noi senza dover lasciare gli studi nella propria scuola. La cosa si è rivelata vincente perché gli insegnanti erano entusiasti di non perdere i propri allievi e al contempo di offrire loro l’opportunità di fare un percorso professionale a un costo irrisorio, entrando nella maggior parte delle volte con una borsa di studio.

Il centro vanta anche la presenza di un collettivo contemporaneo professionale, OFBALANCE. Perché ha sentito l’esigenza di far nascere una compagnia interna?
Ora più che mai i ragazzi hanno grande necessità di fare esperienza, di performare. Adesso prendere parte alle audizioni è sempre più difficile perché viene richiesta esperienza di palcoscenico, spesso anche certificata. Per questo ho creato OFBALANCE, un collettivo a cui prendono parte alcuni dei migliori ragazzi del master e due/tre professionisti esterni, che lavorano a livello performativo. Ora ci sono tre ragazze, ma comunque generalmente i danzatori non sono mai più di cinque, perché non avendo finanziamenti esterni non possiamo accoglierne altri.
Quindi i danzatori selezionati per entrare nel collettivo sono anche esterni…
Sì, quando è possibile cerco di prendere due danzatori esterni per creare una fusione tra l’esperienza e la realtà più giovane. Questo permette di creare un’alchimia fondamentale per la scena.
E come vengono scelti? Segue un criterio specifico oppure sono tutti diversi per caratteristiche fisiche e background di studi ed esperienze?
Io adoro avere delle personalità diverse, sia a livello di fisico che di movimento ma anche a livello artistico e di linguaggio, perché questo mi porta anche a creare in modo diverso. Naturalmente tutti devono rientrare in quelli che sono il mio pensiero e la mia idea di lavoro, ma soprattutto devono essere adatti a ciò che dovrà andare in scena. Molto spesso non è detto che il danzatore più bravo sia anche il più adatto per la coreografia che voglio creare.
Che tipo di esperienze fanno i ragazzi all’interno del collettivo?
A fine novembre due danzatrici parteciperanno ad un festival a Bari, dove affronteremo il concetto dell’invidia attraverso la storia di Caino e Abele. Qui le ragazze faranno un’esperienza di lavoro molto importante a livello psico-fisico, perché saranno in scena da sole, senza mai uscire, per cinquantacinque minuti. Per arrivare a fare un tipo di performance del genere bisogna essere preparati e ci si può riuscire soltanto lavorando molto in sala: tutto il percorso di studio è rivolto a raggiungere questo obiettivo, saper stare in scena e saper affrontare il palco sia a livello di attenzione che di energia.
Con OFBALANCE si occupa anche e soprattutto di creazioni coreografiche. Il suo linguaggio artistico è sempre riconoscibile oppure affronta ogni nuovo pezzo in modo differente?
Come dicevo prima, negli anni ho messo a punto un mio linguaggio performativo che è ben riconoscibile sul palcoscenico. Di solito infatti chi vede un mio lavoro ne riconosce la firma, perché individua il mio modo di fare, di muovere i danzatori, di disegnare lo spazio. Naturalmente però ogni performance cambia a seconda del concetto e della storia che voglio raccontare. Quando creo un pezzo mi piace molto pensare al movimento che voglio vedere in scena e donarlo al danzatore, quindi utilizzo in parte la sperimentazione ma poi sono io che realmente creo.
Ci sono progetti in vista?
Al momento stiamo continuando ad andare in scena con la performance “Brain”, che ormai replica già da due anni, e poi inizieranno le recite del progetto sull’invidia, che dopo Bari arriverà anche a Salonicco e in altri posti in Italia e all’estero. Da gennaio inoltre inizierò a creare due nuovi lavori per altre realtà.

Come insegnante lei si trova molto a contatto con i giovani, quindi che consiglio darebbe a coloro che vogliono intraprendere la strada professionistica?
Il primo consiglio che mi sento di dare è quello di non sprecare mai il proprio tempo, che è la nostra risorsa più preziosa, e di perseguire i propri obiettivi. Poi, come dico sempre ai miei studenti, è importante provare a sbagliare, andare oltre la propria confort zone per scoprire cose nuove. Al massimo c’è sempre tempo per tornare indietro.
Una riflessione finale. Attualmente le compagnie di danza in Italia, soprattutto quelle contemporanee, non hanno la possibilità di lavorare al massimo delle proprie potenzialità per tanti motivi, in particolare per mancanza di fondi e finanziamenti. Lei cosa ne pensa? C’è un modo per “salvare” la danza dalle condizioni in cui versa al momento?
Sicuramente non dobbiamo arrenderci, perché noi italiani siamo sempre stati molto richiesti all’estero per la nostra capacità di lavorare su tutte le discipline artistiche. Secondo me, prima di capire come poter sovvenzionare una compagnia, dovremmo fare una rieducazione del pubblico, perché è quello che a noi (compagnie di danza contemporanea, n.d.r.) manca. E questa rieducazione va fatta a partire dai nostri bambini e dai nostri studenti, che poi trasmettono questa cosa ai propri genitori. Ci vorrebbe inoltre che tutti i teatri e i più piccoli spazi performativi prendessero la decisione di far circolare non solo le grandi compagnie ma anche i collettivi meno conosciuti, così da diffondere il lavoro di tutti e rieducare il pubblico allo spettacolo contemporaneo.



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