NDT 2 a Modena: tre coreografi, tre visioni del rapporto tra individuo e gruppo

NEDERLANDS DANS THEATER (NDT 2)

In scena al Teatro Pavarotti-Freni di Modena, la compagnia NDT 2 ha presentato un trittico coreografico che riunisce FOLKÅ di Marcos Morau, WIR SAGEN UNS DUNKLES di Marco Goecke e FIT di Alexander Ekman. Tre opere firmate da autori differenti per linguaggio e poetica, ma accomunate da una riflessione sul corpo come elemento di una collettività, sull’individualità e sulle dinamiche di appartenenza nella contemporaneità.

Articolo a cura di Alessandra D’Anna

ISCRIVITI SUBITO ALLA NOSTRA

NEWSLETTER

Tutte le novità, le storie e gli approfondimenti sulla danza, direttamente nella tua mail.

*Con l’iscrizione alla newsletter accetto i termini dell’Informativa sulla privacy.

FOLKÅ di Marcos Morau

Un gruppo di figure si palesa al pubblico al centro dello spazio. Illuminati dall’alto da una luce fredda, i corpi incappucciati emettono suoni e bisbigli, apparendo come un organismo brulicante e in agitazione. Inizia, così, FOLKÅ (2021) dello spagnolo Marcos Morau. Nel buio, emergono volti grotteschi contornati da quella che, successivamente, si rivela essere una gonna, elemento ricorrente nelle opere del coreografo. Ai rapidi movimenti della testa e del busto, si aggiungono quelli delle mani: espressive, nervose, adrenaliniche.

Il gruppo agisce compatto, spesso nella frontalità, esibendo ritmi sempre differenti, come rapidi guizzi che colpiscono l’attenzione e si trasformano in qualcosa di diverso. Movimenti di scatto delle articolazioni si accavallano e si scontrano; ci si trova davanti a migliaia di piccoli zampilli potenti. Il coinvolgimento dei corpi non riguarda solo quelli in scena, FOLKÅ induce a partecipare al battere. L’attualizzazione del rito permette di osservare dinamiche di aggregazione e trasmissione di simboli in epoca contemporanea.

Nonostante la compattezza dell’insieme, ora un corpo, ora un altro si distingue dalla massa, si allontana, agisce in un livello diverso dello spazio, per poi ritornare alla comunità. Spesso è il gruppo stesso a riassorbire chi ne era fuoriuscito, affinché si riconosca ancora come membro. Dopo una breve separazione, ogni performer torna a confondersi tra le altre camicie bianche e gonne nere. I costumi connotano l’identità del gruppo e dichiarano l’appartenenza del singolo.

I suoni prodotti dai tredici interpreti si sovrappongono a canti rituali e a suoni che evocano un ambiente rupestre. Suggestiva è la sequenza in ginocchio, quando, disposti in una fila orizzontale, gli interpreti creano energici incastri di linee spezzate. La dimensione rituale e folklorica è percepita con chiarezza data la precisione dell’esecuzione e la geniale costruzione scenica di Morau.

Da un abbraccio collettivo fuoriesce una componente che è sollevata e riammessa alla comunità danzante e infine fasci di luce fredda raggiungono il pubblico. Mentre ogni corpo percorre avanti e indietro una breve traiettoria lineare girando su se stesso, un pannello nero si interpone tra il pubblico e la scena, rendendo impossibile assistere alla fine dei loro movimenti.

Svanito l’ambiente rituale orchestrato da Morau, attraverso linee melodiche di provenienza e autori diversi, composizioni di Juan Cristobal Saavedra, Kim Sutherland e sonorità del London Bulgarian Choir, si passa a Franz Schubert.

FOLKA di Marcos Morau - NDT 2
FOLKA di Marcos Morau © Rahi Rezvani

WIR SAGEN UNS DUNKLES di Marco Goecke

Capolavori del compositore austriaco sono alternati a opere più recenti del gruppo rock britannico Placebo e del compositore russo Alfred Schnittke. WIR SAGEN UNS DUNKLES (Noi ci diciamo cose oscure) del tedesco Marco Goecke, ideato per Nederlands Dans Theater nel 2017, utilizza un linguaggio antinarrativo, rigoroso, crudo, oscuro come le cose che potremmo dire.

I movimenti sono scattanti e carichi di tensione e pulsioni; l’atmosfera è intima, ma frammentata, inquieta, ma magnetica. È una danza di bocche, smorfie, lingue, sospiri e vibrazioni. Nervosi e rapidissimi movimenti della schiena e delle braccia attirano l’attenzione, l’aria sembra caricarsi di elettricità che provoca impulsi e tremolii.

La forza centrifuga dei movimenti travolge il pubblico, così, la tecnica e il virtuosismo si evincono chiaramente, non sono oscuri. Assoli e passi a due si alternano a sequenze di insieme, ma i corpi non formano un gruppo compatto o una comunità. Si captano delle conversazioni che sfociano in litigi, enigmatici gesti e urla.

Tra i diversi universi sonori che si susseguono, l’elemento costante è il codice espressivo utilizzato, che è coerente in tutta l’opera. Gli interpreti entrano ed escono continuamente, alternando la loro presenza in uno spazio altrettanto oscuro, illuminato, ancora una volta, da luci fredde. Queste enfatizzano la presenza delle frange bianche che ornano i costumi.

Le cose dette appaiono misteriose, grottesche, a tratti erotiche, forse atroci, comunque oscure e profondamente intime. Nell’ultimo assolo è un rumoroso sospiro a chiudere il pezzo, prima del buio, prima degli applausi.

Tra il folklorico Morau e il giocoso Ekman, WIR SAGEN UNS DUNKLES di Goecke mostra dialoghi in cui emerge l’individualismo e non il gruppo. Per queste ragioni il pubblico ha avuto modo di apprezzare i singoli talenti e le capacità espressive dei dieci interpreti. È, però, nel terzo lavoro che ogni giovane artista della compagnia NDT 2 emerge singolarmente.

Wir sagen uns Dunkles di Marco Goecke - NDT 2
Wir sagen uns Dunkles di Marco Goecke – Ph: Rahi Rezvani

FIT di Alexander Ekman

FIT (2018), ideato dallo svedese Alexander Ekman, ripropone una danza di gruppo su musiche di Nicolas Jaar, The Dave Brubeck Quartet, Wildcookie. Su Serious Drug (instrumental) di Wildcookie è dato il benvenuto al pubblico. Un simpatico “Buonasera” precede un lungo discorso dei performer che, rivolgendosi direttamente agli spettatori, introducono e svelano il tema della coreografia.

Rotta la quarta parete e data l’atmosfera accogliente che si sostituisce a quella oscura, tra la platea del Teatro Pavarotti-Freni di Modena si diffondono sorrisi divertiti. Da sinistra verso destra una danzatrice attraversa lo spazio a rallentatore con degli occhialini, mentre il resto del gruppo mantiene lo stesso ritmo.

Leggerissime gonne lasciano intravedere le gambe degli interpreti; i loro movimenti sono veloci ed energici, precisi e basati su meccanismi mimetici che inducono a riflessioni sul rapporto tra il singolo e il gruppo. La danzatrice con gli occhialini è al centro dello spazio quando, con pochi elementi – la macchina del fumo a sinistra e un sasso a destra – Ekman costruisce un ambiente scenico semplice, ma molto efficace.

Nel silenzio, gradualmente, come in un gioco d’infanzia, tornano in scena tutte le altre persone, meno una; i più attenti se ne saranno accorti! Si ricostituisce un insieme, un coro armonico, in cui i danzatori battono ritmicamente le mani su varie parti del corpo e producono suoni e versi.

Nel dialogo tra il singolo e il gruppo, un nuovo elemento diventa indispensabile: una giacca nera. Le dinamiche sociali sono analizzate con ironia e la divertita riflessione può estendersi anche alla scelta unanime di indossare la propria giacca o all’iconica immagine di una danzatrice che introduce la testa dentro un bidone dei rifiuti.

Successivamente è esplorata la dimensione della coppia e si propaga una nuova attraente polifonia, caratterizzata da movimenti ripetitivi. Dopo un rumoroso e animato litigio, il gruppo rinuncia a ciò che fino a quel momento lo ha connotato e, senza gonne e giacche, la performance può ricominciare.

Il danzatore rimasto dietro le quinte entra da sinistra, riproponendo la camminata a rallentatore con gli occhialini. “Buonasera”, scandisce sorridendo al coro, mentre ripete dall’inizio la sequenza al pubblico. FIT potrebbe ripetersi e adattarsi all’infinito.

FIT di Alexander Ekman -  NDT 2
FIT di Alexander Ekman – foto di Rahi Rezvani

Identità, corpi e futuro possibile in NDT 2

È in questa scena finale che si rivela la forza della compagnia NDT 2. Posti in fila, seminudi, l’uno accanto all’altro, ogni performer spicca per doti particolari, rubando continuamente la scena ai colleghi. Osservare i corpi dei quattordici talentuosi danzatori, così diversi per altezza, conformazione e doti espressive, lascia immaginare un futuro in cui i corpi della danza non devono essere omologati. Che questo pensiero sia di buon auspicio.

Morau, attualizzando un tempo passato, tratta una dimensione atemporale che mostra il singolo come parte di una comunità; il linguaggio di Goecke parla al presente e si rivolge all’inconscio del singolo individuo; infine, Ekman esplora il bisogno umano di adattarsi per far parte di un gruppo e la necessità di mantenere la propria unicità. Per questa ragione – oltre che per la ripetibilità dell’opera – si può sostenere che utilizzi un tempo futuro, perché l’identità è una scelta in costruzione.

Sia che si tratti della celebrazione della collettività, dell’esplorazione dell’inconscio o dell’analisi del concetto di adattamento, si può osservare come le tre opere conducano a riflessioni sulla contemporaneità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *