Sabato 24 Febbraio, Firenze. Un’aula gremita (tra cui tantissime piccole ballerine sedute in prima fila) attende l’arrivo della neo-étoile del Teatro alla Scala di Milano Nicoletta Manni. Intervistata da Raffaella Tramontano (Direttore Responsabile di Campadidanza Dance Magazine) e Sara Zuccari (Direttore del Giornale della Danza), Nicoletta racconta, tra le altre cose, dei suoi esordi al Teatro alla Scala, dell’incontro col collega e marito Timofej Andrijashenko e del suo nuovissimo libro “La gioia di danzare”.
Nicoletta, da poco sei diventata étoile del Teatro alla Scala di Milano. Quanto è stato emozionante per te questo evento, considerando anche il modo insolito in cui è avvenuto?
È stata un’emozione incredibile perché la nomina era veramente inaspettata. Alla Scala sembrava quasi una cosa impossibile, perché erano ormai 37 anni che non veniva nominata una étoile interna alla compagnia. Questo per me è stato il regalo più bello, perché viverlo al termine di uno spettacolo sul palcoscenico e condividere questa gioia enorme con colleghi ed amici è stato veramente meraviglioso. Non avrei potuto immaginare di meglio, non solo perché sono stata ritenuta all’altezza di questo titolo ma proprio per il modo in cui tutto è avvenuto.
Di recente è uscito una tua autobiografia dal titolo “La gioia di danzare”. Come nasce l’idea di scrivere un libro? È una cosa che ti è stata proposta?
La scelta di scrivere questo libro è arrivata da una proposta che non ho subito accolto in modo positivo. Questo perché non volevo che fosse una biografia in ordine cronologico di tutte le cose che ho fatto nella mia vita e che farò, ma volevo trovare un modo diverso di proporre questo racconto. Innanzitutto, volevo che uscisse fuori la danza, perché parlare di danza non è mai abbastanza, poi ho pensato a una possibile impostazione da poter dare e la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i ruoli che ho interpretato sul palcoscenico. Una delle cose più belle di questo lavoro infatti è poter interpretare ogni volta un personaggio diverso e vivere con lui nuove esperienze.

Alla fine quindi hai deciso di abbinare ogni capitolo a un ruolo che hai interpretato. In quale di questi ti riconosci di più?
Chiaramente, per motivi di spazio, non ho potuto inserire tutti i personaggi che ho interpretato nel corso della mia carriera, ma sicuramente il titolo del capitolo è dato dal personaggio che più rappresentava lo stato d’animo, la parola o l’emozione che volevo venisse fuori in quella situazione. Inoltre, all’interno di ogni capitolo non ci sono solo le personalità, ma anche gli incontri che mi hanno portato a danzare quel ruolo, il modo in cui l’ho preparato, in quali mi sono sentita più vicina al carattere del personaggio e in quali invece ho dovuto studiare, lottare e faticare per arrivare a essere me stessa.
E tra tutti, qual è il tuo preferito?
In molti me lo chiedono spesso, ma non c’è una risposta univoca perché nello stesso modo in cui cresco io, anche i miei gusti e il mio carattere cambiano. Dieci anni fa avrei detto Odette/Odile e oggi forse direi Tatiana, domani non lo so.
Il titolo del libro lo hai scelto tu?
Sì, l’ho scelto io in base a tante proposte che abbiamo valutato, ma questo è quello che mi ha convinto da subito perché la danza per me è gioia. Nel corso della vita la danza mi ha regalato tantissime gioie e continua a regalarmene ogni giorno: mi ha regalato la vita che ho sempre sognato, la possibilità di esprimermi sul palcoscenico, di sentirmi me stessa, mi ha dato l’amore, mi ha dato tutto. Poi chiaramente non è tutta una favola, bisogna lavorare e sacrificare qualcosa per raggiungere un risultato importante, ma la gioia per me viene prima di tutto.
Nel libro c’è una foto di te da piccola e c’è anche un passo in cui ne parli. Quanto è rimasto di quella bambina nella grande étoile che sei oggi?
In quella foto avevo due anni e mezzo ed era il mio primo saggio dopo soli due mesi di danza nella scuola di mia madre. Adesso molto spesso i miei genitori e mio marito, quando interpreto un personaggio, mi dicono: <<Hai la faccia da bambina monella>>, proprio come in quella foto. Quindi direi che di lei in me è rimasto tutto.

Poi da lì sei arrivata alla scuola della Scala. Quanto è stato importante per te studiare lì?
Gli anni della scuola sono sicuramente gli anni più importanti ma anche i più difficili perché si è veramente piccoli e tra le lezioni, il liceo e il resto è veramente difficile conciliare tutto. Quando sono entrata alla Scala, al IV corso, avevo 12 anni perché ho fatto la primina, quindi ero un po’ in anticipo con l’età. La mia grande fortuna è stata avere degli insegnanti che mi hanno seguita durante tutto il percorso e mi hanno fatto amare ancora di più questo lavoro.
Essendo entrata in anticipo, ti sei ritrovata al diploma che eri ancora minorenne, al punto che sei dovuta andare all’estero per non fermarti. Come è stato il passaggio dalla Scala allo Staatsballett di Berlino?
Diciamo che all’inizio è stata una scelta un po’ obbligata, che non ho vissuto benissimo, perché a 17 anni in Italia non mi era possibile né lavorare né fare audizioni. Per fortuna però, a Gennaio dell’ultimo anno di corso io e i miei compagni abbiamo fatto un’audizione per Berlino e in quell’occasione ho ricevuto un contratto di due anni. Chiaramente ho accettato perché la compagnia era bellissima, la più grande in Germania e quella con il repertorio più completo. Inoltre all’epoca c’erano dei primi ballerini e un corpo di ballo eccellenti.
Alla fine sono stata così bene che sono rimasta lì per quattro anni, anche se la voglia di rientrare in Italia era tanta. Questo anche perché l’allora direttore della Scala Makhar Vaziev, che mi aveva visto a lezione prima del diploma, era interessato a me e ha iniziato a tenermi d’occhio, proponendomi spesso di tornare. Alla fine, con molto coraggio, ho lasciato il contratto stabile che avevo a Berlino e sono rientrata alla Scala senza alcuna certezza. Adesso posso dire che ho fatto la scelta giusta, perché il Maestro Vaziev mi ha dato tantissime opportunità, come quella di danzare Odette/Odile, e dopo un anno sono stata nominata Prima Ballerina.
Nel corso della tua carriera hai incontrato tanti maestri, ma nel tuo cuore ce n’è una in particolare: Carla Fracci, con cui hai preparato la Giselle che è andata in scena subito dopo la pandemia.
Giselle è uno dei balletti che più ho danzato in tutti questi anni, ma da quando c’è stato l’incontro con lei tutto è cambiato. Averla con noi in sala da ballo a insegnarci proprio quel ruolo per cui lei è diventata un’icona è stato un regalo enorme. È difficile dire cosa ci abbia insegnato, perché quello che lei era in Giselle non si può decifrare. Lei non interpretava il personaggio, lei era veramente Giselle e solo un’artista del suo calibro avrebbe potuto cambiare in me quella sorta di automatismo nel movimento che era scattato dopo aver ballato il ruolo così tante volte.

Per due volte hai usato la parola “coraggio”. Questo termine ti appartiene molto?
Secondo me sì, ci vuole molto coraggio per affrontare le difficoltà che ci sono e che ci saranno sempre. La mia forza più grande è stata quella di avere il supporto delle persone che mi vogliono bene, come i miei genitori e mio marito. Sono loro che mi hanno dato la forza in tanti momenti della mia vita.
A sorpresa, arriva il maestro Frederic Olivieri, direttore della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. (ndr)
Maestro Olivieri, cosa può raccontarci di Nicoletta?
F: Nicoletta è stata un’allieva modello, in costante crescita nella scuola di ballo, una ragazza che da piccola ascoltava sempre tutte le correzioni e ha continuato a crescere sempre di più, diventando un esempio di serietà. Oltre alla tecnica, la determinazione e la passione, la cosa più importante di Nicoletta è la sua intelligenza. È sempre molto curiosa di capire cosa succede intorno alla danza e questo è qualcosa che fa veramente la differenza.
N: Ho conosciuto il maestro Olivieri in Puglia quando avevo 11 anni e se non fosse stato per lui sicuramente non sarei andata alla Scala, quindi gli devo tantissimo. Poi ho avuto il piacere di rincontrarlo da grande e abbiamo condiviso tantissimi bei momenti insieme. Tra tutti gli incontri che ho avuto, quello con lui è stato sicuramente uno dei più importanti.
Nicoletta, tornando al libro, con quale occhio consigli ai piccoli ballerini e alle piccole ballerine di leggerlo?
Secondo me con curiosità, perché nessuno ci insegna come affrontare questo percorso e mi auguro che la mia storia possa ispirare qualcuno ad avere ancora più voglia di affrontare questa meravigliosa vita.
Alla fine entra anche Timofej Andrijashenko, collega e marito di Nicoletta Manni. (ndr)

Timofej, prima Nicoletta ha parlato della vostra vita insieme sul palcoscenico, quindi vorrei sentire anche il tuo punto di vista rispetto all’alchimia che si è creata tra voi due.
Quando ho visto per la prima volta Nicoletta non avrei mai pensato che sarebbe diventata mia moglie. L’ho conosciuta meglio quando abbiamo iniziato a lavorare alla Scala e soprattutto quando abbiamo lavorato insieme per preparare Giselle. Io mi ero preso una cotta per lei, perciò in qualche modo dovevo farglielo sapere. Ci ho messo quattro mesi ma alla fine ce l’ho fatta e ora posso dire che lavorare insieme è bellissimo perché l’intimità che c’è tra due persone che si amano fa aprire molto di più gli occhi su certi aspetti dei personaggi che si vanno ad interpretare, si può mettere in luce ancora di più il dolore e la sensibilità e tutto ciò è meraviglioso.
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